Le pale d'altare:

San Vincenzo de' Paoli e San Camillo de Lellis

Le imponenti pale erano originariamente collocate ai lati dell’altare in maniera da fronteggiare i fedeli. Rispecchiano l’architettura neogotica della chiesa sviluppandosi drammaticamente in altezza per concludersi ad arco ogivale.  

Dalle analisi chimiche condotte sulle pitture murali e sulle tele in occasione della mostra genovese del 1998 risulta che Grimaldi utilizza preziose tovaglie di Fiandra come supporto per questi dipinti. E’ soprattutto grazie ai costosi pigmenti e all’insolita base utilizzati che entrambe le pale hanno perfettamente resistito alle ingiurie del tempo e al degrado strutturale, mantenendo le originali tonalità accese e la superficie pittorica intatta (C. Schinaia, Gino Grimaldi, un’artista al manicomio, in Figure dell’anima. Arte irregolare in Europa, Mazzotta, Milano 1998). 

Le due opere rappresentano la vita e le gesta dei fondatori degli Ordini caritatevoli attivi all’interno dell’Ospedale Psichiatrico cogoletese. La decisione sui soggetti da raffigurare è probabilmente imposta dalle stesse autorità che accordano a Grimaldi il permesso di dipingere. L’abilità dell’artista risiede nell’aver saputo mediare la perentorietà della commissione ricevuta con le proprie necessità estetiche ed espressive; mantenendo come perno stabile i soggetti di partenza il pittore gli costruisce attorno una giostra figurativa che non tralascia ossessioni, temi ri-correnti e interpretazioni personali.

San Vincenzo de’ Paoli fu un sacerdote francese vissuto fra il 1581 e il 1660, ricordato come fondatore e ispiratore di svariate congregazioni cattoliche votate al culto dell’umiltà e della compassione per nullatenenti e sciagurati.

L’immagine che ne dà Grimaldi rispecchia in parte la rappresentazione canonica, essendo piuttosto frequente, soprattutto nell’iconografia del XIX secolo, vedere San Vincenzo presentato “con un bambino in braccio e altri due ragazzetti che gli si aggrappano alla sottana” (J. M. Roman, San Vincenzo de’ Paoli: biografia, Jaca Book, Milano, 1996). Per la rappresentazione degli episodi della vita del religioso viene utilizzata una versione dei fatti personale ed alle volte improvvisata dallo stesso artista. Se di alcuni elementi è facile dedurne l’origine e il significato, di altri è possibile solo formulare delle ipotesi.

Nato in una famiglia di umili origini contadine a Pouy, nelle Lande della Guascogna, San Vincenzo de’ Paoli lascia giovane la sua terra di nascita per intraprendere la carriera ecclesiastica. Dal 1608 si stabilisce a Parigi, ottenendo un impiego come Cappellano al Palazzo della Regina Margherita, prima moglie di Enrico IV. I biografi del santo sottolineano la presenza di “una segreta simpatia tra il corso della storia di Francia e la parabola vitale di San Vincenzo de’ Paoli. Ambedue iniziano il loro sviluppo ascensionale nello stesso periodo e ambedue raggiungono la pienezza negli stessi anni” (J. M. Roman,1996), ed è forse questa interpretazione dei fatti che dà origine all’episodio rappresentato nella parte superiore della pala: Luigi XIV, nel pieno del suo splendore e abbigliato come lo immortala l’iconografia tipica della celebrazione del Re Sole, sembra colto in un cerimonioso tributo che si sta svolgendo all’interno di un loggiato aperto su una scena di battaglia.

Tramite la famiglia Gondi, presso cui passa dalla mansione di cappellano a quella di direttore spirituale, Vincenzo de Paoli entra in contatto con la cerchia reale che a quel tempo era retta da Luigi XIII. Anna d’Austria, consorte del sovrano, detiene la guida dello stato fino a quando il figlio Luigi XIV non diventa maggiorenne dieci anni dopo la morte del padre avvenuta nel 1643, e inserisce Vincenzo nel consiglio di coscienza della corte francese affiancandolo ad un’altra personalità inscindibile dalla storia francese: il cardinale Mazzarino che prese le veci del suo protettore e maestro, il cardinale Richelieu. Quando Luigi XIV nel 1651 acquisisce pieni poteri, Vincenzo viene dimesso dall’incarico a corte e comincia a dedicarsi quasi esclusivamente alle fondazione e gestione di varie imprese caritatevoli. 

Come indicato dal titolo completo dell’opera riportato nel Catalogo Generale, gli eventi rappresentati in San Vincenzo de’ Paoli alla Salpêtrière fanno riferimento alle vicende che vedono il sovrano francese e il religioso impegnati nella fondazione dell’Ospedale della Salpêtrière

Negli ultimi anni di vita, San Vincenzo entra in discussione con la congregazione da lui istituita delle Dame della Carità riguardo la necessità di dotare la città di Parigi di un nuovo istituto dove poter accogliere l’enorme quantità di poveri e mendicanti. Viene a questo scopo, e grazie all’intercessione di una nobildonna impegnatasi nell’impresa, rilevato l’antico edificio della Salpêtrière, sede di una polveriera abbandonata. A lavori di ristrutturazione avviati,  un editto reale del 1656 interrompe le operazioni per assumere in proprio il progetto di un “Grande Ospedale Ge-nerale dei poveri”. 

Le fonti riportano il sollievo di San Vincenzo nel doversi ritirare dall’impresa; l’uomo di chiesa non condivide infatti le intenzioni regali che vedono i bisognosi costretti ad una forzata detenzione all’interno della Salpêtrière al fine di ripulire il volto pubblico della capitale francese. In seguito alla fine dei lavori e l’apertura dell’ospizio, i sacerdoti della Missione da lui fondata vengono nominati cappellani della nuova istituzione per volere governativo. Personalmente San Vincenzo rifiuta di incaricarsi definitivamente dell’assistenza spirituale dell’ospedale, ma nell’opinione dei poveri il santo viene identificato come responsabile della paternità dell’opera.

Nonostante la storia di San Vincenzo e quella del Re Sole si siano intrecciate in varie occasioni, la raffigurazione di un episodio bellico sullo sfondo della corte regale nella pala di Grimaldi rimane enigmatico. Non si hanno abbastanza elementi per poter fare risalire gli eventi a un conflitto specifico nella storia francese, ma è possibile ipotizzare che il paesaggio sconvolto dai fuochi d’artiglieria rappresenti un’allegoria della guerra. San Vincenzo viene spesso implicato nei conflitti bellici che in quegli anni colpiscono la Francia e le sue frontiere, come per esempio quando durante guerra dei Trent’anni il religioso organizza “raccolte di fondi, modi di distribuirli, informazione sui bisogni e servizi di collegamento” per quei luoghi e per le popolazioni sconvolte dalla tragedia della guerra (J. M. Roman,1996).

Al di là degli episodi raffigurati nella parte terminale della pala sopra menzionati, la logica che spinge il pittore a raffigurare i personaggi che circondano la figura del santo si fa più lineare. In un movimento discendente che parte dalle alte sfere della nobiltà e del clero arrivando ai soggetti più bisognosi, le figure rappresentate consentono una lettura simbolica della vita di San Vincenzo.

Subito attorno alle spalle del santo sono posizionate le personalità religiose che lo affiancano in imprese ed episodi della sua vita. Fra quelle identificabili, si riconoscono il cardinale Mazzarino e l’Arcivescovo di Parigi.

Dalla vita in giù del protagonista ha inizio la sezione dedicata agli umili e il fatto che alcuni dei giovani vengono abbigliati con sbuffi e ori sembra semplicemente essere un’esigenza decorativa che permette un’elegante digressione. Nelle religiose si possono riconoscere Luisa de Marillac (unica figura beatificata oltre al santo a cui è concesso di figurare con l’aureola) che fu braccio destro di Vincenzo nella formazione della congregazione femminile delle Figlie della Carità, e, appena più in basso, una delle sorelle della congregazione che indossa il tipico abito grigio della Compagnia con ampio copricapo bianco, la cornetta.

Quest’area del dipinto può venire considerata come la più allegorica e condensa decenni di attività benefiche svolte dal protagonista della pale: la figura di spalle con le catene ai polsi sta probabilmente ad indicare il periodo della vita del santo durante il quale si adopera per liberare gli schiavi europei catturati per mare da navi straniere e poi trasportati e venduti in Nord Africa, ipotesi supportata dalla presenza di quello che potrebbe essere il proprietario-compratore di colore rappresentato dietro al giovane. L’assistenza ai bambini fu un’altra delle azioni a cui si fa costante riferimento nelle agiografie del santo; i visi angelici di queste figure incarnano la purezza dell’opera vincenziana e la loro presenza in primo piano permea l’intera pala di una religiosità intensa. 

All’interno di questo perfetto sistema di compenetrazione fra realtà, visioni e allegorie non mancano presenze sinistre, come il giullare in alto a sinistra o, appena più sotto, lo storpio piegato che mostrando il fondoschiena guarda torvo lo spettatore.

In entrambe le pale la parte superiore inquadrata dalla terminazione ogivale, è l’area del dipinto in cui Grimaldi si concede maggiore libertà figurativa. I personaggi si fanno più minuti e alla selva umana si aggiungono luoghi ed episodi non sempre uniti da una continuità narrativa e logica.

In particolare nella pala di San Camillo de Lellis il racconto nello spazio superiore si fa ostico e spesso l’interpretazione può procedere solo attraverso supposizioni e teorie. Risulta problematico di per sé tentare di ricondurre la lettura degli episodi rappresentati a una struttura logica limitante se si considera il fatto che l’intenzione e le motivazioni dell’autore hanno meno a che fare con la ragione e più con necessità emotive ed espressive. 

Per far luce sulla raffigurazione è lecito iniziare dal protagonista della pala, San Camillo, fondatore dell’Ordine dei Ministri degli Infermi o Camilliani

La compagnia viene costituita a Roma e riceve il riconoscimento papale nel 1568. Nei decenni successivi a quella data, i suoi ministri espandono rapidamente la propria influenza e vengono chiamati a compiere le loro opere nelle maggiori città italiane. L’emblema di riconoscimento diventa una croce rossa su campo oro circondata da raggi a cui in seguito si sovrappone la corona: Grimaldi ne dà una fedele rappresentazione nell’angolo superiore del dipinto esattamente sotto la congiunzione dell’arco archiacuto, aggiungendo al simbolo canonico due angeli fluttuanti nell’atto di reggerlo. 

Sullo sfondo dietro lo stemma una fuga prospettica di palazzi cittadini determina una diagonale che conduce lo sguardo verso un arco di trionfo in stile romano. Questo scorcio urbano ha del misterioso non potendo essere identificato con un luogo reale, nonostante molti vi intravedono gli edifici medievali di Genova che si affacciano su Piazza Caricamento e sul Porto Antico. La lettura della raffigurazione si complica quando si prendono in considerazione altri due elementi che sono compresi nella scena: l’arco di trionfo, riconducibile alla citta di Roma, e lo stemma araldico -il biscione nell’atto di divorare un uomo- della famiglia milanese dei Visconti. Una motivazione plausibile, alla luce della vita e delle opere del santo, è la volontà di rappresentare simbolicamente alcune delle città che giocano un’importanza fondamentale nella storia dell’ordine fondato da San Camillo, il quale partito da Roma espande la sua opera in diverse grandi città italiane, fra le quali Genova e Milano hanno un ruolo centrale. Significativo è inoltre il fatto che il capoluogo lombardo e quello ligure tracciano tappe essenziali nella storia del pittore stesso.

Alla sinistra di questi elementi architettonici e in posizione leggermente ribassata si compone un’affollata congiunzione di personaggi e simboli. Questa è la zona che Grimaldi predispone alla rappresentazione di se stesso: con un magnifico autoritratto dal volto severo si raffigura in veste nobiliare, il candido colletto merlettato, la mano ingioiellata da pietre preziose e la croce d’oro con richiami araldici-cavallereschi che gli pende fra le dita. Nell’altra mano impugna tre pennelli con le setole intrise di tre diversi colori; sul manico del rosso firma Grimaldi, su quello giallo-oro indica la data dell’esecuzione della pala (1935) e il nome Gino, sull’azzurro scrive AEQUES e minuscolo in punta S. Gral. Appena sotto i pennelli sbocciano tre rose, fiore che oltre a rimandare nell’immediato alla confraternita dei Rosa-Croce (https://it.wikipedia.org/wiki/Rosacroce), incarna diversi significati simbolici, molti dei quali legati al sangue di Cristo versato per la redenzione dell’umanità. Il pittore-cavaliere del Graal avvolge con la sua imponente figura un inquietante omuncolo dall’epidermide emaciata. Un raggio luminoso gli incide il volto dividendolo verticalmente a metà: le due facce, quasi simmetriche, che si formano sono diversificate solo dallo sguardo, che da una parte si spalanca per fissare il pubblico e dall’altra si serra in una lacrima. 

Questa coppia di personaggi rimanda all’idea di un doppio autoritratto, di una separazione del sé che dimostra tutto il dolore, la segregazione e i pregiudizi che il pittore subisce negli anni: Grimaldi dona al nobiluomo i suoi realistici tratti fisici identificandosi nelle vesti del decoroso cavaliere, ma a questa immagine ingloba, per mezzo di un benevolente abbraccio, la visione che percepisce come cucitagli addosso dagli altri. Questa versione mortificata di sé stesso non viene scacciata o negata, ma accolta dal gesto amorevole del proprio autoritratto.

La figura del santo è posta in maniera decentrata rispetto all’intera composizione e viene colta nell’atto di trasportare tra le braccia un giovane dalle sembianze androgine. I capelli biondi fluenti, le palpebre languidamente serrate, la bocca perfetta di un rosso accesso, il polso chiuso in una straordinario bracciale turchese ornato da geroglifici egizi, rende il personaggio una presenza misteriosa e perturbante. 

Questa sembra essere una straordinaria licenza che il pittore si concede per reinterpretare le raffigurazioni canoniche del santo, il quale, come viene tramandato nelle agiografie, “sulle spalle robuste della sua inesauribile carità, avrebbe trasportato innumerevoli infermi e deboli creature, dalle rive del dolore a quelle dell’infinito amore” (Gesualda dello Spirito Santo, San Camillo de Lellis: l’angelo degli infermi, Istituto missionario pia società San Paolo, Roma, 1942).

Lo sguardo intenso di San Camillo si posa sul volto di questa figura dalla sessualità incerta che è fatto brillare tramite un originale gioco di bagliori semitrasparenti che scompongono la superficie del dipinto; il viso dell’assistito viene incorniciato in un triangolo di luce che ha il suo vertice dell’angolo acuto che conclude la facciata a salienti della chiesa del manicomio riprodotta in un modello sorretto da un angelo, consuetudine iconografica sviluppatasi nell’arte sacra medievale che vede il luogo di culto per il quale l’opera è destinata comparire in miniatura nella raffigurazione stessa. 

Al di sotto di questa figura si apre un intrico di personaggi la cui ragion d’essere oscilla fra possibili riferimenti alla vita del santo e visioni oniriche scaturite dalla fantasia del pittore.

Per esempio, i bambini che rispettivamente sono inseriti sul lato estremo destro e sinistro della pala, abbigliati con la tunica nera corredata dalla croce rossa sul petto tipica dell’ordine camilliano, potrebbero essere fatti risalire a un episodio riguardante la nascita prodigiosa di Camillo ricordato nelle fonti biografiche: la madre del santo, rimasta incinta ormai in età avanzata, “prima di dare alla luce il bambino, ebbe dei sogni profetici. Lo sognò con il petto fregiato da una croce rossa, seguito da altri fanciulletti, tutti col petto egualmente fregiato.”(Gesualda dello Spirito Santo, 1942).

Nel dipinto presenze divine si mischiano con personaggi terreni ma appartenenti a inafferrabili fantasie e il culmine della libertà espressiva viene raggiunto nella parte bassa della tela dove alcune delle figure sembrano essere intente ad inscenare un cerimoniale religioso-eucaristico che ha dell’esoterico. Nel pieno dell’azione compare un’inaspettata sovraccarica simbolica che lascia trapelare secoli di tradizioni, dottrine e leggende cristiane. La coppa che la donna al centro di questa composizione si porta alla bocca (conturbante rappresentazione della transustanziazione del sangue di Cristo in atto con un volto che prende forma nel liquido rossastro) è identificabile con l’oggetto delle ricerche della leggenda del Sacro Graal, in particolare se letta in rapporto al cuore umano che la giovane regge nell’altra mano. 

Spesso, soprattutto nelle tradizioni più antiche, la metafora del Sacro Graal (la coppa che conserva il sangue del messia) è associato a quella del cuore di Cristo. Il cuore è il luogo della vita che si elabora continuamente attraverso il contenimento del sangue e la spinta al suo flusso e già gli antichi egizi nei loro geroglifici raffiguravano l’immagine di questo organo con l’emblema del vaso (J. Chevalier (a cura di), Dizionario dei simboli : miti, sogni, costumi, gesti, forme, figure, colori, numeri, Rizzoli, Milano, 1986). La croce in legno completa la simbologia della passione di Cristo: nelle leggende che ne fanno cenno, il Graal compare per la seconda volta, successivamente all’episodio dell’Ultima Cena, quando Giuseppe d’Arimatea lo utilizza per raccogliere il sangue del Salvatore dal corpo inchiodato alla croce.

Particolare degno d’attenzione è poi la trovata dell’artista di agghindare la stessa donna con due ciliegie pendenti a mo’ di orecchino. La levità di questa soluzione, che quasi ricorda l’atto infantile di agghindarsi con orpelli improvvisati, dona nuova grazia al frutto identificato anch’esso come simbolo della passione di Cristo.

Appena al di sotto di questa scena, si trova uno dei personaggi più enigmatici e affascinanti di tutta la pala. Il bel giovane dalle sembianze vagamente femminili potrebbe essere infatti una raffigurazione della figura mitologica dell’androgino: “L’ideale del corpo umano risulta dalla fusione del fanciullo e dalla fanciulla nel loro periodo floreale; ecco la formula luminosa e precisa dell’estetica” (J. Péladan, L’androgyne (estratto da), in L. Falqui, Ascoltare l’incenso : confraternite di pittori nell’Ottocento: Nazareni, Preraffaelliti, Rosa + Croce, Nabis, Alinea,  Firenze, 1985). Questo stralcio ed alcune delle idee che sembrano informare elementi ricorrenti nella produzione del pittore provengono dalle dottrine professate dallo scrittore francese Joséphin Péladan https://it.wikipedia.org/wiki/Joséphin_Péladan (1858-1918), in particolare nel suo più celebre romanzo L’androgyne. Péladan, avendo maturato un interesse per l’occulto, fonda in francia nel 1890 la setta della Rosa-Croce Cattolica del Tempio e del Graal. Questo gruppo vanta fra i suoi sostenitori personalità artistiche di spicco nell’ambiente simbolista di fine secolo parigino e la sua influenza raggiunge l’Italia, come si scopre da alcuni articoli dedicati al pensatore francese pubblicati sulla stessa rivista Emporium con la quale Grimaldi ha particolare familiarità.

Dal brano citato di Péladan si colgono alcuni concetti di rilievo in rapporto ad elementi ricorrenti nel sistema simbolico di Grimaldi. Péladan giustifica la rappresentazione dell’androgino come spinta da leggi superiori che “agiscono all’insaputa dell’artista” e cita numerosi esempi: “Carpeaux non ha mai saputo perché il suo genio della danza era androgino […]; il Saint Symphorien di Ingres è bello come una donna e l’angelo che lotta con Giacobbe e gli altri che si accostano a Eliodoro mostrano la stessa via in Delacroix. L’androgino attraversa l’opera di Gustave Moreau e dei Pre-raffaelliti. In Rossetti e Burne-Jones, in conseguenza del tradizionalismo e anche per il carattere inglese, lo si ritrova.”(J. Péladan, L’androgyne (estratto da), in L. Falqui, 1985).

Se si osserva il cartiglio che il giovane tiene fra le mani, vi si legge il monogramma dell’autore con le due G che specularmene si compenetrano. Esso è racchiuso da due elementi carichi di si-gnificati metafisici: lo scorpione e la sfinge. 

Proprio la sfinge è l’essere indicato da Péladan come primo soggetto artistico nella storia della ri-produzione delle immagini e incarnazione simbolica del concetto di androginia: “L’arte comincia con un mostro: Androsfinge, dice l’archeologo. Ma ha le mammelle! Ginosfinge? Ma ha un corpo di leone e sotto il mento il tasseau geroglifico della barba e del principio maschile.[…] testa di uomo, mammelle di donna, corpo di leone. Ciò si legge correttamente, pensiero, passionalità, istintività”. (J. Péladan, L’androgyne (estratto da), in L. Falqui, 1985)

La divinazione dell’essere androgino rientra nel filone mistico-esoterico della cultura decadente di fine Ottocento, per la quale Leonardo Da Vinci è considerato l’artista per eccellenza e la sua opera l’ incarnazione perfetta del concetto di androginia. Da questa dottrina sembrano riaffiorare i deliri di Grimaldi, che, appena internato nel manicomio di San Servolo a Venezia, vagheggia una reli-giosità panteistica; dichiarandosi buddista e sostenendo che l’evoluzione in atto l’aveva condotto al divenire Rubens, sostiene che la vera perfezione, meta dovuta al termine delle reincarnazioni, sarebbe avvenuta nel trasformarsi in Leonardo Da Vinci.

Tornando al cartiglio con il monogramma, posizionato al di sopra di una congelata natura morta, l’indole mortifera dello scorpione, egregiamente simbolizzata da un punto rosso sangue all’estremità dell’aculeo posteriore, introduce un ulteriore elemento della composizione. Al di sot-to dell’animale, la scritta Cave (attenzione-abbi paura) ribadisce il presagio di pericolo e in pratica rende tutta la pergamena una sorta di memento mori. 

Ai piedi del giovane, un altro particolare stravagante invoca l’attenzione del pubblico: le cavallette -indubbia immagine di flagello, dall’Esodo all’Apocalisse- vengono associate a due dadi -la sorte o il caso-. Il sette, somma dei numeri che i dadi presentano, è associato con innumerevoli rimandi simbolici con antiche radici in varie dottrine religiose e filosofiche ebraico-cristiane. Sette sono in-fatti i giorni della settimana e così della Genesi, i pianeti in astrologia e gli stadi cosmici per rag-giungere i cieli (J. Chevalier (a cura di), 1986) e conseguentemente questo numero racchiude in sé la forma e il sistema dell’universo. Per quanto irrisolvibile, la metafora che Grimaldi inscena at-traverso l’unione di questi elementi sembra quasi avere intenti cosmologici in una personale vi-sione del meccanismo che regola il sistema universale nella triade sistema/ casualità/ fine.

Dal punto di vista esecutivo entrambe le pale rappresentano uno dei più alti esiti dell’intera pro-duzione artistica del pittore. 

Si parla di horror vacui per definire una tendenza alla rappresentazione sovraccarica di elementi dove l’occhio dello spettatore non può trovare tregua nella concitazione di immagini che riempio-no ogni spazio disponibile. In Grimaldi l’horror vacui non costituisce solo il riempimento fobico di ogni anfratto. La volontà di significazione e di espressione sembra sempre aprire sistemi di pen-siero che vanno al di là del puramente decorativo.

Le vite dei santi rappresentati, esempi di bontà, di amore verso i diversi e gli sventurati, di religio-sità intensa vissuta a livello quasi mistico, vengono condensate in tutta la loro intensità in pochi metri di superficie pittorica. Il racconto non indugia però sulla fedeltà ai fatti, su episodi presenta-ti in una progressione logico- temporale. La narrazione di Grimaldi interpreta, esprime giudizi, simbolizza, divaga in attimi di perdizione mistica vissuti a livello personale. 

Il significato in Grimaldi non è mai monodimensionale e perfino ciò che sembra indubbio nascon-de sorprese che si dischiudono solo ad uno sguardo attento, che in particolare nella pala dedicata a San Camillo può assaporare il turbamento causato dalle minuscole presenze quasi diaboliche che invadono capelli, mani e altri elementi della composizione. Si vedano i dettagli nell’acconciatura della donna che beve dalla coppa la quale sembra ignara del fatto che fra i suoi riccioli si nascondono teste umane a colloquio, nel pizzo della manica dell’uomo in preghiera dove un volto sembra prendere corpo dalle pieghe in chiaroscuro o nel palmo volto al cielo della donna sottostante dal quale due occhi sembrano guardarci.

 

Isola della Scala ai primi del novecento
chiesa pratozanino

La chiesa

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Le pale

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Gli affreschi

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Le lunette

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John Ruskin

John Ruskin (Londra, 8 febbraio 1819Brantwood, 20 gennaio 1900) è stato uno scrittore, pittore, poeta e critico d’arte britannico. La sua interpretazione dell’arte e dell’architettura influenzarono fortemente l’estetica vittoriana ed edoardiana.

Ruskin nacque a Londra, unico figlio del matrimonio tardivo tra un ricco fabbricante di sherry di origine scozzese, appassionato di pittura, e una sua cugina, Margaret Cox, di cultura rigidamente puritana. Il ragazzo crebbe assai agiatamente, ma ebbe un’infanzia e un’adolescenza molto solitarie, al centro delle cure materne – cure così pressanti che quando, nel 1836, il figlio entrò al Christ Church College di Oxford, anch’ella vi si stabilì.

Questo inizio di vita eccezionalmente protetto e “osservato”, in un ambiente nel quale non erano mancati fin dall’infanzia viaggi e stimoli estetici ma anche pressioni moralistiche, sollecitò in lui lo sviluppo di un carattere geniale, sensibilissimo ma anche continuamente oscillante tra entusiasmo e depressione, e di una vita affettivo-sessuale complicata e faticosa. A Oxford incontrò William Turner (del quale Ruskin, a conclusione di un rapporto durato tutta la vita, sarà anche esecutore testamentario) e Lewis Carroll.

È del 1840 il suo primo viaggio in Italia, che lungo le classiche tappe del Grand Tour lo conduce con i genitori attraverso la Francia e l’Italia fino a Paestum, ed è fra l’altro l’occasione della scoperta di Venezia. Di questo viaggio è stato pubblicato in italiano il diario, estrapolato dal Diario che Ruskin compilò dal 1836 al 1874. Un nuovo viaggio in Italia, questa volta senza i genitori, è del 1845: sono di questo periodo la scoperta della Toscana, delle arti figurative, del gotico e del romanico italiani e, sul piano della creatività personale, la realizzazione dei suoi migliori acquarelli.

Il decennio dal 1848 al ‘58 fu per Ruskin un tempo di grande intensità creativa e intellettuale, e il viaggio in Italia con i genitori del 1858 fu forse l’ultimo tempo sereno della sua vita……….. 

 

Fonte: wikipedia (John Ruskin)

 

William Morris

William Morris (Walthamstow, 24 marzo 1834Hammersmith, 3 ottobre 1896) è stato un artista e scrittore britannico.

 

Fu tra i principali fondatori del movimento delle Arts and Crafts; è considerato antesignano dei moderni designer ed ebbe una notevole influenza sull’architettura e sugli architetti del suo tempo. Da molti è considerato il padre del Movimento Moderno, sebbene non fosse architetto egli stesso. Ha fondato uno studio di design in collaborazione con l’artista Edward Burne-Jones, e il poeta e artista Dante Gabriel Rossetti che ha profondamente influenzato la decorazione di chiese e case nel ventesimo secolo. Ha dato anche un importante contributo al rilancio delle arti tessili tradizionali e gli annessi metodi di produzione. Ha fondato inoltre la Società per la protezione di edifici antichi (SPAB), tuttora un elemento statutario per la conservazione degli edifici storici in Regno Unito.

 

Durante il corso della sua vita Morris ha scritto e pubblicato poesie, narrativa, e traduzioni di testi antichi e medievali. I suoi lavori più noti includono La difesa di Ginevra (The Defence of Guinevere, 1858), Il paradiso terrestre (The Earthly Paradise, 18681870), Un sogno di John Ball (A Dream of John Ball, 1888), Notizie da nessun luogo (News from Nowhere, 1890), e il fantasy La fonte ai confini del mondo (The Well at the World’s End, 1896). È stato una figura importante nella nascita del socialismo in Gran Bretagna, fondando la Lega socialista nel 1884.

 

Fonte: wikipedia (William Morris)

 

Joséphin Péladan

JosephAimé Péladan, detto Joséphin Péladan (Lione, 28 marzo 1858Neuilly-sur-Seine, 27 giugno 1918), è stato uno scrittore, pittore ed esoterista francese.

Figlio del giornalista e letterato Adrien Péladan, si formò presso i collegi gesuiti di Avignone e Nimes. Dopo aver tentato di fondare un culto “devoto alla settima ferita di Cristo” negli anni settanta dell’Ottocento, si trasferì a Parigi nel 1881, dove lavorò per la rivista L’Artiste.diretta da Arsène Houssaye e per la banca Crédit Francais. Sempre nella capitale avviò una carriera di critico d’arte e di scrittore. Nel 1884 pubblicò il suo primo romanzo, Le vice suprême, incentrato sul misticismo orientale, che ebbe da subito successo in Francia e venne più volte ristampato. Nel 1887, conobbe l’aristocratico Stanislas de Guaita che lo avvicinò agli emergenti circoli occulti francesi. Nel 1888 fondò, insieme a Gérard Encausse (al tempo noto con lo pseudonimo di Papus), l’Ordine Cabalistico della Rosa-Croce, la prima società segreta francese fin de siècle. Il suo pensiero, più incline alle teorie di stampo liberale e cattolico rispetto a quelle di Papus, lo spinsero, nel 1890, ad abbandonare l’Ordine e fondare una propria setta nota come Rosa-Croce Cattolica del Tempio e del Graal, che aveva l’obbiettivo di “rivelare alla teologia cristiana le magnificenze esoteriche di cui è gonfia, a sua insaputa“. Il nuovo gruppo di Rosacroce, composto anche da vari pittori di stampo simbolista, organizzò sotto la sua guida vari Salon dal 1892 fino al 1897. Le sue teorie, fra cui quella secondo cui l’arte non dovesse rappresentare la realtà ma le idee, furono un riferimento per numerose personalità letterarie e artistiche dell’epoca quali Paul Gauguin, Stéphane Mallarmé, Paul Verlaine e Joris-Karl Huysmans Fra gli artisti che Péladan ha promosso lungo la sua vita vi furono Gustave Moreau, Maurice Chabas, Pierre Puvis de Chavannes, lo svizzero Ferdinand Hodler e l’olandese Jan Toorop. Peladan è morto nel 1918 ed è sepolto al cimitero dei Batignolles di Parigi.

 

Fonte: wikipedia (Joséphin Péladan)

REALISMO (arte)

ll realismo è una corrente artistica sviluppatasi negli anni quaranta del XIX secolo e che, in Francia, vede in Gustave Courbet il suo principale esponente; sono inoltre importanti le figure di Honoré Daumier e Jean-François Millet, oltre che di Rosa Bonheur.

Il “realismo” nasce in Olanda nel XVII secolo, come particolare sottospecie del naturalismo e attenzione specifica all’osservazione personale del dato oggettivo, legato all’ambientazione, al carattere dei personaggi, al costume.

Queste esperienze seicentesche, legate alla società borghese, rinascono intorno alla metà dell’800 in Francia. Il realismo, un movimento pittorico e letterario, trova le sue radici nel positivismo, un pensiero filosofico che studia la realtà in modo scientifico. Il Realismo tentava di cogliere la realtà sociale; si voleva rappresentare una realtà nuda e cruda con meno allegorie e più attenzione verso i dati di fatto.

Esso si fa più acceso negli anni successivi alla rivoluzione del 1848, che aveva risvegliato aneliti democratici in tutta Europa, arriva ai suoi massimi nel periodo del Secondo Impero, caratterizzato da un forte sviluppo economico e tecnologico della borghesia e dalla conseguente mentalità imprenditoriale. È in questo periodo che inizia anche a definirsi l’impressionismo. La parola “realismo” generalmente indica la traduzione fedele delle qualità del mondo reale nella rappresentazione artistica. Il realismo, inteso come tendenza programmatica, invece, trova la sua esplicita affermazione nel 1855, anno in cui il pittore Courbet definisce i suoi ideali artistici in un opuscolo scritto in occasione dell’Esposizione universale di Parigi: «Ho voluto essere capace di rappresentare i costumi, le idee, l’aspetto della mia epoca secondo il mio modo di vedere, fare dell’arte viva, questo è il mio scopo».

Tra 1830 e 1870, è inoltre attiva la scuola di Barbizon, una corrente paesaggista, legata alla località di Barbizon.

La poetica realista traduceva in pittura il dilatarsi dell’interesse degli storici verso i problemi della società moderna. Infatti lo storico e filosofo Hippolyte Taine invitava a «vedere gli uomini nelle loro officine, negli uffici, nei campi, con il loro cielo, la loro terra, le case, gli abiti, le culture, i cibi», mentre lo scrittore Sainte-Beuve affermava: «La triade bello, vero e buono è certo un bel motto, ma inganna, se dovessi scegliermi un motto, sceglierei il vero».

 

Fonte: wikipedia (Realismo (arte))

 

BIENNALE DI VENEZIA

La Biennale di Venezia è una fondazione culturale italiana, con sede a Venezia. Attiva prevalentemente nelle arti figurative ma anche nella musica, nel cinema, nel teatro, nell’architettura e nella danza, è considerata, nel suo genere, la più importante in Italia e fra le più rilevanti al mondo; dal 1895 organizza l’Esposizione internazionale d’arte di Venezia, con cadenza biennale.

Nata come società di cultura nel 1895 con l’organizzazione della prima Esposizione biennale al mondo, al fine di stimolare l’attività artistica e il mercato dell’arte nella città di Venezia e nell’unificato stato italiano, ha tuttora il fine di promuovere le nuove tendenze artistiche ed organizza manifestazioni internazionali nelle arti contemporanee.

A far nascere l’iniziativa fu un gruppo di intellettuali veneziani capeggiati dal sindaco del tempo, Riccardo Selvatico che con una delibera dell’amministrazione comunale di Venezia del 19 aprile 1893, proponevano di “istituire un’esposizione biennale artistica nazionale“.

Il nome “Biennale” deriva dalla cadenza biennale delle sue manifestazioni (con l’eccezione della Mostra del cinema, nata nel 1932 anch’essa con cadenza biennale, divenuta però annuale dal 1935). Grazie alla Biennale di Venezia, nel settore culturale, il termine italiano “biennale” (utilizzato proprio nell’idioma nazionale in quasi tutte le parti del mondo) ha acquisito una più ampia valenza ed è diventato per antonomasia sinonimo di grande evento internazionale ricorrente a prescindere dalla cadenza.

Presso i Giardini della Biennale sono collocati i padiglioni delle nazioni che partecipano in modo permanente alle varie esposizioni.

Essi hanno una lunga storia e per via della loro collocazioni giuridica sono equiparati a delegazioni di rappresentanza estera e quindi godono di extraterritorialità.

Fonte: wikipedia (Biennale di Venezia)

CESARE LAURENTI

Cesare Laurenti (Mesola, 6 novembre 1854 – Venezia, 8 novembre 1936) è stato un pittore, scultore e architetto italiano.

Formatosi a Ferrara e a Padova, frequentò l’Accademia di Belle Arti a Firenze e nel 1878 si trasferì a Napoli dove fu allievo di Domenico Morelli. Tornò poi a Padova e poco dopo si stabilì a Venezia, dove operò seguendo la moda dell’epoca, influenzata da Giacomo Favretto. Passò poi ai soggetti mitologici e letterari.

Dopo essersi aggiudicato il prestigioso premio Principe Umberto alla Prima Esposizione Triennale del 1891 della Regia Accademia di Belle Arti di Brera con la tela Le Parche, il suo stile si fece più metaforico, fino a divenire decisamente simbolista. Fu questo il periodo di alcune delle opere più rappresentative, come Fioritura Nova (conservata a Ca’ Pesaro). In quel periodo iniziò a seguire il gusto liberty, come dimostra il grande fregio ceramico Le statue d’oro (1.20 x 50 metri di lunghezza), presentato alla Biennale di Venezia del 1903 e ora collocato presso il Castello Estense di Mesola e soprattutto la decorazione del ristorante Storione di Padova, oggi demolito. Ancora alla Biennale di Venezia, nel 1907 gli venne allestita una sala personale.

A questo punto Laurenti cominciò a recuperare la tradizione classica veneziana, culminando con la Pescheria di Rialto, in collaborazione con l’architetto Domenico Rupolo. Non fu invece realizzato un Monumento a Dante Alighieri, che doveva essere innalzato sul Monte Mario, a Roma: il progetto, presentato già nel 1911, lo occupò sino alla morte. Alcuni disegni relativi a questo progetto sono custoditi a Ferrara presso il Museo d’arte moderna e contemporanea Filippo de Pisis, assieme al dipinto Eterno enigma, esposto alla Biennale di Venezia del 1932.

Fonte: wikipedia (Cesare Laurenti)

DIVISIONISMO

Il divisionismo è un fenomeno artistico Italiano, nato alla fine dell’800, tecnicamente derivato dal neoimpressionismo e caratterizzato dalla separazione dei colori in singoli punti o linee che interagiscono fra di loro in senso ottico; per tali motivi può essere definito come una variante specifica del puntinismo. Il divisionismo non può essere definito un movimento pittorico perché gli artisti che usarono questa tecnica pittorica non scrissero mai un manifesto artistico. Secondo alcuni studiosi trovò il suo esponente principale in Pellizza da Volpedo, secondo altri in Giovanni Segantini. I principi che ne codificarono le direttive furono delineati da Gaetano Previati, che ne sviluppò le linee influendo sia sul territorio ligure che su quello lombardo[1].

II maggiori divisionisti (Segantini, Previati, Morbelli, Pelizza e Longoni) erano a contratto della Galleria dei fratelli Grubicy, di cui Vittore anch’egli un pittore divisionista e uno dei primi teorici della tecnica, ne promosse le opere attraverso mostre ed esposizioni nazionali e Parigine, attirando altri pittori dalla Lombardia, dal Piemonte, dalla Liguria e dalla Toscana.

L’atto ufficiale che sancisce la nascita del divisionismo è alla Triennale di Milano dove, nel 1891 viene esposto il quadro “Le due madri” di Giovanni Segantini. Influenzò le giovani generazioni di pittori italiani fino alla stagione delle avanguardie: mossero i primi passi sotto l’astro del divisionismo pittori futuristi come Umberto Boccioni e Giacomo Balla, oppure Plinio Nomellini.

Fonte: wikipedia (Divisionismo)

DECADENTISMO

Il termine “decadentismo” deriva dall’aggettivo francese décadent, usato dal poeta francese Paul Verlaine nella lirica Langueur, pubblicata sulla rivista francese Le Chat Noir, per definire il proprio stato d’animo nei confronti della società contemporanea. Il termine ha due significati espliciti: quello negativo, usato dalla critica in senso dispregiativo, riferito alla nuova generazione dei poeti maledetti che davano scandalo incitando al rifiuto della morale borghese, ponendosi al di fuori della norma sia nella produzione artistica sia nella pratica di vita; e quello positivo, rivendicato in seguito dai poeti stessi, inteso come nuovo modo di pensare, come diversità ed estraneità rispetto alla società borghese.

Questo tema della “decadenza sociale” e della crisi di valori con forti risvolti esistenziali fu ripreso da un gruppo di scrittori, che fondarono nel 1886 una rivista con il nome di Le Décadent, che trattava proprio i vari aspetti della crisi. Due anni prima, nel 1884, il poeta Paul Verlaine aveva pubblicato Poètes maudits, opera dedicata ai tre suoi amici Tristan Corbière, Stéphane Mallarmé ed Arthur Rimbaud, che divennero noti con il nome di “poeti maledetti“. Tale qualifica vestì gli esponenti del decadentismo di una certa aura mitica, che continuerà nei loro epigoni.

Fonte: wikipedia (Decadentismo)

 

PRERAFFAELITI

La Confraternita dei Preraffaelliti è stata un’associazione artistica influente per la pittura vittoriana (XIX secolo), nata nel settembre del 1848, sviluppatasi ed esauritasi in Gran Bretagna. Per certi aspetti affine alla corrente del simbolismo e dell’art nouveau, può essere definita la trasposizione pittorica del tardo romanticismo e del decadentismo.

La Confraternita nacque durante l’età vittoriana (1837-1901), periodo di grande fioritura sia per la società che per le arti britanniche e che segnò l’affermarsi di valori borghesi come la fedeltà al Paese e la fede nel progresso. Il panorama artistico era stato rivoluzionato in precedenza dalle grandi innovazioni artistiche di Johann Heinrich Füssli e William Blake, che aprirono la strada al romanticismo, e stava vivendo proprio in quegli anni l’evoluzione verso il decadentismo, culminata alla fine del secolo con Oscar Wilde.

I Preraffaelliti raggiunsero l’apice della loro fortuna critica grazie a John Ruskin, che nel 1851, dopo una serie di feroci critiche da parte dello Household, del Times e di Charles Dickens, scrisse due appassionate elegie dei dipinti Preraffaelliti ed un saggio intitolato Preraphaelitism, in cui annoverava la loro pittura nell’arte moderna e confrontava le loro tecniche con quelle di William Turner.

I maggiori pittori preraffaeliti includono i tre fondatori del movimento John Everett Millais, Dante Gabriel Rossetti e William Hunt, cui si unirono successivamente Ford Madox Brown, William Trost Richards, William Morris, Edward Burne-Jones e il tardivo John William Waterhouse.


Fonte: wikipedia (Preraffaeliti)